Corriere della Sera , 3.02.2026
IL DECRETO LEGGE SUI CAREGIVER?
Pensare a quelli conviventi e ai contributi per le pensioni
di Marco Espa – Presidente ABC Italia Associazione Bambini Cerebrolesi
Per ventisette anni sono stato caregiver di mia figlia Chiara. Ventiquattro ore al giorno. Io, per scelta, come decine di migliaia di genitori di persone con disabilità grave, senza tutele. Ventisette anni di cura non sono un’opinione. Questa è stata la mia storia, la mia scuola e un fatto politico. E da qui che guardo al Ddl nazionale sui caregiver familiare appena approvato dal Consiglio dei Ministri: un primo passo, ma che va assolutamente emendato. Lo Stato riconosce formalmente che i caregiver familiari esistono.
Per anni la cura è stata considerata un affare privato, scaricato interamente sulle famiglie. Oggi entra finalmente nell’agenda pubblica. Questo passaggio culturale è importante e va riconosciuto.
È giusto anche che si parta dai caregiver conviventi. Siamo noi a sostenere il carico più alto: spesso h 24, rinunciando al lavoro, alla salute e alla propria vita per evitare l’istituzionalizzazione dei propri cari. In un contesto di risorse limitate, individuare una priorità è una scelta politica legittima. Ma questa priorità viene svuotata dall’introduzione di una soglia Isee fissata a 15 mila euro. La non autosufficienza non è una condizione di povertà, è una condizione di vita.
Legare il riconoscimento del caregiver al reddito significa trasformare una politica di diritti in una misura assistenziale selettiva. Così si escludono migliaia di caregiver conviventi che vivono la stessa identica condizione di cura, ma che vengono lasciati soli perché superano una soglia economica arbitraria. Questo non è accettabile.
Nel dibattito pubblico si sente spesso dire che tutti i caregiver dovrebbero essere trattati allo stesso modo, conviventi e non conviventi. È un principio comprensibile, ma che non tiene conto della realtà.
Esistono situazioni di cura intensiva anche senza convivenza che vanno sostenute, ma equità non è trattare tutti allo stesso modo. È riconoscere le differenze reali e partire da chi sostiene il carico più alto.
Un’altra proposta ricorrente è quella dello «stipendio» al caregiver. È una falsa soluzione. Pagare il caregiver significherebbe poter consentire allo Stato di lavarsene le mani, delegando definitivamente la cura alle famiglie. Così, in particolare, riduciamo molte donne a veri e propri arresti domiciliari, senza aver compiuto alcun reato.
Nel contesto italiano questa scelta avrebbe un effetto regressivo, rafforzando una segregazione domestica che il Paese dovrebbe superare. Non servono stipendi che rinchiudano le persone in casa, ma diritti che permettano di vivere, lavorare e partecipare alla società.
La vera questione è il riconoscimento dei contributi figurativi e del diritto alla pensione assieme al Progetto di vita. Migliaia di caregiver hanno abbandonato il lavoro per anni, spesso per tutta la vita, e rischiano di ritrovarsi senza tutela previdenziale. Questo non è assistenzialismo: è riconoscimento del valore pubblico del lavoro di cura.
Una legge sui caregiver però non può vivere da sola. È legata ai Progetti di vita delle persone con disabilità. Sostenere chi si prende cura significa investire in Progetti di vita personalizzati, co-progettati, orientati all’autodeterminazione e alla deistituzionalizzazione. Quando le persone con disabilità sono sostenute come si deve il carico sui caregiver diminuisce e diventa possibile anche tornare a lavorare, lo dicono migliaia di buone prassi reali. In questa fase transitoria i contributi in denaro ci possono anche stare, in attesa della messa a regime dei Progetti di vita. Qui emerge il nodo decisivo delle risorse e non bastano le cifre simboliche.
Ad esempio le prestazioni cosiddette «atipiche» non sono un’eccezione: sono la parte più rilevante di ogni Progetto di vita. Sbaglia chi crede che il Progetto di vita sarà una collazione di interventi esistenti a costo zero. Ci porta allo schianto della riforma. Senza investimenti adeguati, miliardari, il rischio è che tutto resti sulla carta. Ora la responsabilità passa al Parlamento. Su questo tema maggioranza e opposizione dovrebbero assumersi una responsabilità comune, accantonando le divisioni politiche. Servono risorse vere e scelte strutturali: per caregiver e Progetti di vita non bastano milioni di euro. Scelta impegnativa, ma possibile se non si vuole continuare a scaricare il costo della non autosufficienza sulle famiglie. La buona notizia c’è: una strada è aperta. Trasformiamola.